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Ladispoli, il nostro amico giornalista Furio Falvo, ammalato e ricoverato all'Aurelia Hospital, ci racconta una bella storia piena di vita

10/10/2017

Caro direttore,

approfitto della tua cortese disponibilità e della nostra comune amicizia con Baraonda, per una di quelle rare occasioni che di questi tempi meritano condivisione.

Sulle prime inizierò col dirti che io dalla metà di giugno scorso sono dializzato. In seguito ad una insufficienza renale causata da ipertrofia della prostata sono stato letteralmente preso per il collo e salvato dalla fossa, senza nemmeno essermi reso conto del reale pericolo che correvo. Tralascerò i dettagli clinici – che passano comunque per due mesi di degenza ospedaliera – ma devo sottolineare che tale insufficienza si è rivelata cronica, stante un eccesso stabile del valore della creatinina che a quanto pare non rientra, salvo un miracolo o un trapianto. Il che significa che una mattina si e una no debbo presentarmi al centro di Emodialisi dell’Aurelia Hospital di Roma, dove per tre ore e mezzo vengo sottoposto al trattamento di purificazione del sangue, oltre a dover seguire una terapia specifica di controllo del potassio e del fosforo e sottostare a cicli di antibiotici ogni volta che fosse pure per un colpo d’aria il mio termometro indica un po’ più di 37. Precauzione questa resa necessaria dal fatto che ho tuttora impiantato nel petto, in posizione succlavia, un catetere giugulare per il riciclo del sangue e ad ogni mio starnuto i medici devono scongiurare infezioni. Ne ho avuti in precedenza già altri due, femorali, poi espiantati.

Infine, il quadro si completa con le nefrostomie, ossia drenaggi che captano i liquidi urinari direttamente dai reni, bypassando il normale dotto dell’uretra, proprio perché il percorso di uscita è impedito dalla prostata, come ti dicevo.

Bene. Fin qui la cronaca personale, che non avrebbe molto senso, se non fosse per il fatto che mi ha indotto a scriverti.

Sono entrato all’Aurelia Hospital via Pronto Soccorso nella notte del 13 giugno, per uscirne finalmente il primo di agosto, dopo 49 giorni. Ricoverato presso il reparto di nefrologia 1-B. Un tempo più che sufficiente per stabilire con il personale ospedaliero un rapporto  confidenziale e significativo. Ed ecco la ragione di questa lettera.

Fin dalla prima sera, in Pronto Soccorso, non ho fatto altro che inanellare riscontri positivi, con ogni membro dello staff medico. Dalle dottoresse che mi hanno assistito all’ingresso, agli internisti e infermieri che mi hanno preso in cura non appena entrato a reparto, mi sono scoperto assistito e attorniato ogni giorno da medici e paramedici non soltanto efficienti e preparati, ma soprattutto capaci di stabilire un rapporto empatico assolutamente vitale. Cosa che, nell’Italia scassata che va in onda ogni giorno ormai da tempo, lascia felicemente sbaloriditi.

Credimi infatti se ti dico che forse la prima componente di ripresa della mia condizione è stata quella umana, a cominciare da chi la mattina mi si presentava in stanza con il bricco del the e senza dimenticare chi veniva a prendermi per portarmi a fare un‘eco o una radiografia.

Sono stato quattro volte in sala operatoria (due volte solo per la creazione della fistola venosa-arteriosa al braccio sinistro da cui vengo dializzato non da molto) e quattro volte ne sono uscito intontito ma sorridente, grazie allo spirito di simpatia combattiva che mi veniva trasmesso da medici e assistenti. Stessa cosa per i ragazzi e le ragazze in camice del reparto 1-B, di cui vorrei fare i nomi uno ad uno (cosa che evito per il timore di dimenticarne fosse pure uno solo), il cui ricordo ancora lucidissimo si traduce per me in una sola coppia di concetti: gratitudine e sorrisi contagiosi. Tu li aiuti a lavorare, loro ti aiutano a vivere!

Infine, come ti ho già scritto, ho conosciuto lo staff del centro di Emodialisi e anche qui, come la propagazione di un’onda, ho avuto modo di percepire uno spessore umano che va ben di là del percorso terapeutico. Medici e infermieri che nell’esercizio delle loro funzioni scherzano coi pazienti, stanno al gioco a loro volta e prendono al volo ogni possibile occasione per trasformare un momento critico in una possibile risata sono forse la prima e più efficace medicina che si possa desiderare.

Alla fine di un arco di degenza così lungo, e tuttora fra i fruitori dell’Aurelia Hospital, concludo la mia lettera, caro direttore, confidandoti che il sapore che mi porto via, nonostante lo stress di una situazione obiettivamente pesante, è quello di un bel gelato con panna.  Un abbraccio immenso ai ragazzi e alle ragazze dell’Aurelia Hospital che mi hanno dato e seguitano a darmi voglia di farcela! Ah, dimenticavo…. alcuni di questi giovanotti hanno i capelli bianchi, e sono più sagome degli altri...

 

Furio Falvo

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